"Ho fin troppo piacere nel cibo..."

piacere

Nel cibo, un tema che torna spesso nelle prime visite è quello del piacere: “Ho fin troppo piacere nel cibo.”, “Seguo fin troppo il piacere nel cibo, poi questo mi fa sentire poco bene. Mi fa sentire in colpa.”

Quindi ho pensato di parlarne anche qui perché potrebbe risuonare in molti di voi.

Il primo punto importante è: a cosa pensi parlando di piacere?

Con le pazienti ci siamo rese conto come molto spesso abbiamo un'idea ben precisa di piacere, visto come appagamento immediato e come tentazione.

Hai mai visto la pubblicità dello yogurt della Muller?

C'è sempre una modella che a un certo punto cede alla tentazione di questo yogurt. Ecco, questo è il concetto che abbiamo fatto nostro. Questa immagine del piacere come qualcosa che non fa bene e che va controllato, è anche il significato di piacere che viene raccontato dalla cultura della dieta.

Quindi è naturale avere la percezione che quando viviamo degli alti e bassi nel cibo, che quando abbiamo dei momenti di disconnessione, oppure la sensazione di essere trascinati via nel cibo, di perdere il controllo… abbiamo la percezione di avere troppo piacere nel cibo.

In realtà nello spazio di cura ha un altro significato.

Ti porto l'esempio di alcuni studi delle neuroscienze, da brava ex ricercatrice.

Spesso negli studi vengono riconosciute due fasi nel pasto: la prima fase, quella che viene chiamata del wanting, e la seconda fase, quella che viene chiamata del liking. Cosa vuol dire? La prima fase è quella del bisogno. Quando questa fase inizia alleggerirsi arriva quella del piacere, del desiderio. Prova a immaginarlo nella pratica, quando torni la sera dopo una giornata di lavoro stanca e affamata. Il primo momento dell'esperienza del pasto sarà volto soprattutto a questo bisogno di cibo, quindi probabilmente sentirai meno quello che mangi. Mangerai più velocemente perché inizialmente il corpo richiederà di coprire questo bisogno immediato di energie. Mano a mano che il pasto andrà avanti, questo bisogno di energia inizierà ad alleggerirsi e inizierai a rallentare nell'esperienza del cibo, potenzialmente a entrare in quella fase di piacere.

Capisci come il piacere nella cura abbia tutt'altro significato. Che bisogni hai in quel momento? Quali sono le tue priorità? Quali sono i tuoi valori e le tue risorse?

Proviamo a fare degli esempi pratici.

  • Può essere piacere nel cibo mangiare il gelato dopo cena sul divano guardando il proprio film preferito per rilassarsi, per coccola.
  • Ma può essere piacere nel cibo anche mangiare la verdura perché sappiamo, abbiamo fatto esperienza su di noi che se non mangiamo la verdura spesso poi ne risentiamo a livello gastrointestinale. Quindi decidiamo di mangiarla perché sappiamo che nel medio-lungo termine questo ci farà sentire bene.
  • Può essere piacere scegliere di mangiare in modo vegano o a km zero perché lo sentiamo più allineato a noi a livello etico e quindi quando lo facciamo ci sentiamo meglio, ci sentiamo più complete.
  • Può essere piacere mangiare senza glutine perché soffriamo di celiachia e mangiare senza glutine ci tutela, è la nostra terapia.
  • Può essere mangiare con piacere evitare la verdura per un po’ perché è stata sempre associata alle diete.

Quindi capisci come il piacere può avere infinite sfumature che nulla hanno a che vedere con “cedo alla tentazione”.

Ecco perché il primo grande passo è proprio riscrivere il significato e l'immagine che abbiamo di piacere nel cibo.

E riappropriarsi del piacere profondo nel cibo perché, al contrario di quando percepiamo, è molto spesso uno dei punti che manca: quello che succede è che il cibo diventa un'esperienza “di testa” nella quale decido quanto mangiare, dove mangiare, quando mangiare, cosa mangiare... Non perché sento che cosa voglio e mi fa stare bene, ma perché penso che cosa sarebbe giusto mangiare.

Per concludere, ci tengo a sottolineare come non sia solo fisico.

Mi spiego meglio.

Avendo visto tutte le sfumature, abbiamo capito come per essere piacere profondo deve esserci una sorta di incastro tra i nostri bisogni, le nostre priorità e le risorse che abbiamo. Di conseguenza il piacere non è qualcosa che si basa solo sui segnali fisici, ma è un intreccio tra segnali fisici, utilizzo della mente, ascolto delle emozioni.

Spero che questo momento insieme ti sia stato d'aiuto e se hai delle domande, delle riflessioni da condividere puoi scrivermi via email o in DM su Instagram. Sarò felice di parlarne insieme. Altrimenti, come sempre, il mio spazio di cura è aperto per te.

Giada Fierabracci - Dietista non prescrittiva

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Sono Giada Fierabracci, dietista non prescrittiva con due anime: una da scienziata e una più umanistica. Nel lavoro queste due metà si intrecciano per ricostruire insieme il rapporto con il cibo e il corpo, libero dalle pressioni del mondo. Da qualche anno lavoro come libera professionista, per lo più online, con al fianco la mia assistente a quattro zampe Ellie

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