Lavorare nella cura a volte è difficile

Hai mai provato quella sensazione di paura di non fare la cosa giusta? Di non riuscire a trovare la via che ti permetta di aiutare davvero qualcuno o di dare il massimo in una situazione di cura? E poi, alla fine della giornata, quella sensazione di non aver tolto davvero quella pressione, di non aver dato abbastanza?

Capita a tuttiə, soprattutto quando ci troviamo di fronte alla complessità dell’aiuto, sia esso emotivo, psicologico o fisico.


Lo spazio dell’aiuto: tra tecnica e comprensione emotiva

Quando parliamo di cura, è facile cadere nella trappola di voler semplificare le cose.

È umano cercare rassicurazione, e in molti ambiti, dalla psicologia alla nutrizione, esistono protocolli, tecniche e approcci che promettono soluzioni certe e oggettive. Ma la verità è che dietro ogni persona, ogni emozione, ogni richiesta di aiuto c’è una complessità che non può essere ridotta a un insieme di regole.

Galit Atlas, nel suo saggio L’eredità emotiva, scrive: “In ogni cura, anche la tecnica più precisa non può sostituire l’ascolto e la comprensione delle emozioni non dette. Le risposte a volte risiedono nell'interazione tra il terapeuta e il paziente, piuttosto che in un protocollo prestabilito.” Questa citazione ci aiuta a sentire che, pur essendo fondamentali i protocolli terapeutici, sono l’empatia, l’ascolto profondo e la comprensione delle emozioni non esplicitate che fanno davvero la differenza.

Capita spesso di lavorare con linee guida e protocolli che forniscono un quadro strutturato e chiaro per intervenire. In questo modo, si cerca di rassicurare i pazienti e di rendere il processo terapeutico più gestibile e meno incerto. Ma è in questa ricerca di sicurezza che spesso si rischia di dimenticare la natura umana, complessa e sfumata, di chi chiede aiuto.


La semplificazione non è inutile, ma deve essere accompagnata dalla comprensione

La domanda che sorge è: sono inutili i protocolli? La risposta, per me, è no.

I protocolli terapeutici, come quelli nutrizionali o psicologici, sono fondamentali perché forniscono una base su cui costruire un piano di cura. Offrono un supporto strutturato, permettendo a chi fornisce aiuto di lavorare in modo mirato e sicuro. Tuttavia, è la capacità del professionista di navigare la complessità emotiva che permette di attivare un vero processo di cura.

Gli approcci rigidi o eccessivamente semplificati rischiano di appiattire la ricchezza della persona, di ridurre la sua esperienza a numeri o regole. Eppure, spesso i veri progressi avvengono proprio nei momenti in cui la tecnica lascia spazio alla comprensione profonda, quando si riesce ad accogliere l’individualità e la soggettività di chi chiediamo aiuto.


Navigare la complessità senza perderla

La sfida in tutti gli ambiti di cura è come navigare la complessità senza ridurla o perderla.

Come professionistə, ma anche come pazienti, è importante ricordare che la vera cura non consiste solo nell'applicazione meccanica di un protocollo, ma nell’approccio integrato che considera la totalità della persona. Non si tratta solo di risolvere il “problema” immediato, ma di comprendere le dinamiche più profonde che influenzano il benessere fisico e mentale.

Navigare la complessità della cura non è facile, ma è possibile.

Entrare in profondità, senza ridurre le persone a protocolli o etichette, è la chiave per una cura autentica. Non possiamo ignorare la ricchezza emotiva che ogni individuo porta con sé, e dobbiamo essere prontə ad affrontare quella complessità per accompagnare realmente qualcuno nel suo percorso di guarigione.


Risorse per te

Se lavori nella cura con uno sguardo inclusivo e attento, ti consiglio di leggere L’eredità emotiva di Galit Atlas. Questo libro ti offrirà spunti preziosi per esplorare il legame tra passato, emozioni familiari e salute mentale, e ti aiuterà a comprendere meglio cosa significa intrecciare la formazione tecnica con la complessità unica di ogni persona.

Inoltre, se desideri approfondire questo tema e imparare a navigare le complessità che ogni processo di cura comporta nel cibo e nel corpo, ti invito a sbirciare le masterclass formative. In queste sessioni, avrai l’opportunità di esplorare strumenti pratici ed empatici per lavorare con maggiore consapevolezza e inclusività, creando un ambiente sicuro per chi si rivolge a te.

Ricorda, la relazione che costruisci è la chiave della cura. Prenditi il tempo di ascoltare, senza fretta e senza giudizio. Ogni persona ha una storia che merita di essere accolta con rispetto e gentilezza.

Giada Fierabracci - Dietista non prescrittiva

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Sono Giada Fierabracci, dietista non prescrittiva con due anime: una da scienziata e una più umanistica. Nel lavoro queste due metà si intrecciano per ricostruire insieme il rapporto con il cibo e il corpo, libero dalle pressioni del mondo. Da qualche anno lavoro come libera professionista, per lo più online, con al fianco la mia assistente a quattro zampe Ellie

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