C'è una sensazione che nasce spesso nella stanza di cura, e anche nelle formazioni. Quella di dover navigare qualcosa di grande, complesso, e a volte scomodo: il tema del peso.
In questo periodo dell'anno, quando si inizia a sentire il profumo della primavera e il corpo torna aimè al centro dell'attenzione - i vestiti che cambiano, il caldo che arriva - questo tema diventa ancora più forte.
Da qui il desiderio di so-starci, con cura e con calma. Non con l'aspettativa di risolvere tutto o di dare risposte assolute. Ma per mettere qualche seme, aprire sguardi, e chissà seminare domande nuove.
Il peso non è un indicatore di salute. Ma cosa vuol dire, davvero?
Partiamo da qui. Quando diciamo che il peso non è un indicatore di salute, dobbiamo prima capire cosa intendiamo per salute.
Molto spesso entriamo nella stanza di cura con la convinzione che il mondo ci ha lasciato dentro: o si è in salute, o non lo si è. Ma la salute non funziona così.
L'OMS la definisce come uno stato di benessere fisico, psicologico e sociale, e i fattori che la compongono sono centinaia. La salute è un po' come le sfumature di grigio: non è bianco o nero, non è on/off. È un continuo ondeggiare tra sfumature diverse, integrate tra loro, perché non possiamo vivere la salute fisica separata da quella emotiva o sociale.
Un forte mal di denti incide sull'umore, sul sonno, sulla socialità. La solitudine della pandemia è diventata, per molte persone, insonnia, mal di stomaco, stanchezza fisica. Ogni pezzetto della nostra salute ha un effetto a riflesso su tutti gli altri.
E poi c'è il peso.
A volte, quando pensiamo a un "peso di salute" o un "peso di benessere", la nostra mente sta in realtà pensando a un peso di bellezza, a un peso ideale. Le storie che riguardano la salute e quelle che riguardano la grassofobia e l'ideale estetico sono estremamente intrecciate nel mondo in cui viviamo, e dentro di noi si sovrappongono.
Pensiamo a quante volte viene fatto un commento a una persona che sta dimagrendo: ma come stai bene, guarda come stai dimagrendo, supponendo che un corpo più magro significhi stare meglio. Ma spesso quel dimagrimento è legato a stress, a un periodo depressivo, a un'ansia così forte da non riuscire a mangiare.
Il peso naturale come equilibrio di benessere unico
Il peso di salute - quello che spesso viene chiamato peso naturale - è invece unico per ogni persona, e non ha niente a che vedere con l'ideale di bellezza. Può corrispondere a un corpo magro così come a un corpo grasso. Non è qualcosa che possiamo immaginare nella nostra testa, perché cambia di persona in persona e di momento in momento della stessa vita. Cambia in base al lavoro che facciamo, al sonno, all'umore, alle risorse economiche, alle relazioni...
È un riflesso, non un comportamento: qualcosa che emerge quando ci avviciniamo ai nostri bisogni, non qualcosa che facciamo o controlliamo.
Questo non vuol dire che il peso non possa mai essere un campanello d'allarme. Se cambia velocemente in poco tempo, e insieme a quello compaiono altri segnali fisici o psicologici, può essere utile esplorarlo. Ma non è un peso a priori: avere un corpo grasso non è, di per sé, un segnale che qualcosa non va. E viceversa.
Un'ultima cosa importante: solo in un mondo ideale il peso naturale è sempre un peso di benessere. Nel mondo reale, purtroppo, non sempre lo è del tutto. Perché se quel peso corrisponde a un corpo grasso che la società considera sbagliato, dovremo comunque navigare discriminazioni, attriti, giudizi, che incideranno sul nostro benessere. Non possiamo ignorarlo.
Ho ridotto il mio corpo all'estetica, dimenticando la sua opera di tenermi in vita a ogni palpito e respiro, dichiarandolo un colossale fiasco perché non somigliava ai loro. Ho cercato dappertutto un miracolo, stupida al punto di non accorgermi di viverne già uno. - rupi kaur
Il desiderio di dimagrire può entrare nella stanza di cura
Partendo da questo sguardo condiviso, il desiderio di dimagrire non è un ostacolo all'entrare in una stanza di cura inclusiva e non prescrittiva.
Quel desiderio è reale. È profondo. E non è né sciocco né frivolo.
Fin da piccolissime, abbiamo imparato a intrecciare l'idea di un corpo magro con sogni, speranze, possibilità: essere finalmente felici, amate, in salute, poter indossare quello che ci piace, non dover più fare i conti con discriminazioni e attriti quotidiani. Quante parti di noi sono racchiuse lì dentro? Il desiderio non scompare con la decostruzione teorica, anche se sappiamo tutto sulle storie del mondo che lo alimentano.
Nella stanza di cura ci si entra integri (o a volte spezzettati, ma con tutti i pezzetti in mano). Non si sceglie cosa è giusto portare e cosa lasciare fuori dalla porta. Tutto ciò che esiste nella persona può, e quasi sempre deve, entrare nella stanza di cura, dove può essere accolto, validato, esplorato nelle sue radici.
C'è una differenza preziosa: quella tra desiderio e obiettivo terapeutico
Partiamo da un esempio: noi viviamo in un mondo capitalista, e avere desiderio di soldi è umanamente comprensibile. Per alcune persone, in certi momenti della vita, quel desiderio diventa anche il loro ago della bussola e guida le scelte. Per altre, il desiderio c'è, ma l'ago della bussola è altro: i ritmi sostenibili, l'allineamento con i propri valori, la qualità delle relazioni sul lavoro…
Lo stesso vale per il peso.
Posso accogliere che il desiderio di un corpo magro esiste, validarlo, esplorarne le radici nelle storie del mondo e nelle sue promesse. E allo stesso tempo chiedermi: è funzionale che sia anche il mio ago della bussola? Che tutte le mie scelte sul cibo, sul movimento, sulla cura di sé dipendano da come cambia il peso?
Non c'è una risposta giusta o sbagliata.
Questa è unica per ogni persona, e dipende anche dal corpo che si abita. È più semplice contenere quel desiderio senza renderlo guida se il proprio corpo è conforme e porta con sé dei privilegi. Diventa più complesso se si vive un corpo grasso, e quindi si naviga ogni giorno una serie di discriminazioni reali.
Di fronte a questa domanda si sta in apertura, in sincera indagine insieme. Senza risposte prestabilite.
La salute era considerata una virtù, ed essere cagionevoli era in egual misura un'accusa e una manifestazione di pietà. La malattia, ad ogni modo, veniva ricollegata a una qualche forma di colpa. Nel complesso, il diritto di essere davvero e legittimamente malati veniva concesso con difficoltà. - La vergogna, Annie Ernaux
Dall’ idea di odio amore allo spettro dell’immagine corporea
C'è un altro modo per guardare al rapporto con il corpo che trovo molto prezioso portare nella stanza di cura: quello dello spettro dell'immagine corporea (o body image spectrum).
Molto spesso arriviamo con una visione bianco o nero: o amo il mio corpo o lo odio, o lo ipercontrollo o lo abbandono. E il percorso di cura dovrebbe spostarci da un polo all'altro. Ma non funziona così.
Lo spettro dell'immagine corporea ci dice che tra il body hate - l'odio per il proprio corpo - e la body liberation - la libertà totale da ogni pressione e giudizio - c'è un'infinità di sfumature. Tolleranza, rispetto, accettazione, apprezzamento, fiducia, compassione… Sono tutte sfumature diverse, tutte valide, tutte abitate in modo diverso da persona a persona e da periodo a periodo della stessa vita.
La maggioranza delle persone, quando è in un rapporto con il proprio corpo di benessere e flessibilità, non si trova ai poli estremi. Si trova in queste sfumature di mezzo, in un continuo ondulare.
Nel rapporto con il corpo, una di queste sfumature torna molto spesso nella stanza di cura nutrizionale: il rispetto. Non l'amore, ma il rispetto.
L'Intuitive Eating usa un'immagine bellissima: pensiamo a come trattiamo un animale a cui vogliamo bene. Gli diamo da mangiare, da bere, lo portiamo fuori… a prescindere da come ci ha fatto dormire la notte, da come si è comportato. Non deve meritarsi il cibo. Suonerebbe violento a chiunque, eppure è esattamente ciò che noi impariamo a fare con il nostro corpo: trattarlo bene solo quando lo amiamo o quando si comporta come vogliamo, punirlo quando siamo in uno spazio di disagio verso la sua forma.
Il rispetto dice invece: a prescindere dallo spazio emotivo in cui mi trovo verso di te oggi, copro i tuoi bisogni. Ti do il cibo se hai fame. Ti do il riposo se sei stanca. Ti do abiti in cui ti senti comoda se quelli che indossi ti fanno stare a disagio.
Un ultimo seme: e se non ne parlassimo?
C'è un'ultima possibilità che voglio lasciare qui, come seme.
Dopo una vita di diete, di bilance, di percorsi prescrittivi, il peso è sempre al centro. Ogni volta che si pensa al cibo, ogni volta che si va dalla nutrizionista, ogni volta che arriva una festa o l'estate. È ovunque, è schiacciante.
A volte, uno dei doni terapeutici è scoprire la possibilità di non parlarne. Di poter parlare di cibo senza dover parlare di peso, se non si vuole. Di poter esplorare la salute senza doverla ancorare a una forma del corpo. Di trovarsi, forse per la prima volta, in parte liberi da un tema che è sempre stato così schiacciante.
Questo non va in contrasto con tutto quello che abbiamo detto: nella stanza di cura il tema peso si accoglie sempre, se arriva. Ma si può anche scoprire che non è necessariamente al centro. Che c'è spazio per altro.
Per fare un passo in più, lascio qui una domanda con cui sostare:
Nei miei pensieri e nelle mie convinzioni sul peso, riesco a iniziare a distinguere dove sta la salute e dove sta la bellezza? E tra il polo che abito e il suo opposto, riesco a vedere delle sfumature di grigio, magari già dei piccoli pezzetti di cui sto facendo esperienza senza accorgermene?
Da qui puoi iniziare. Piano piano.