Nel percorso di cura, uno dei passi più profondi — e spesso meno visibili — è riscrivere l’idea stessa di salute. Non perché la salute non è importante, ma perché il modo in cui siamo statə abituatə a pensarla è spesso riduttivo, normativo e, paradossalmente, non di benessere.
Quando una persona entra nello spazio di cura con mille incertezze sul cibo, spesso c’è di più: valore personale, paura di sbagliare, desiderio di fare “la cosa giusta”... E dietro tutto questo c’è (anche) un’idea di salute spesso rigida, interiorizzata dal mondo.
La cura non prescrittiva parte proprio da qui: dal mettere in discussione ciò che sembrava ovvio. Cosa è sano, e cosa no?
Perché è importante riscrivere l’idea di salute
Riscrivere l’idea di salute non è un “di più”, ma un passo terapeutico fondamentale.
Se la salute - e il mangiare sano - sono pensati come un’idea precisa da raggiungere, ogni volta che ci allontaniamo da essa sentiamo di sbagliare. Se per bisogni, preferenze, valori, priorità, momento di vita... quel modello di salute è insostenibile, il senso di fallimento e di auto-giudizio diventano troppo grandi. In questo sguardo, il corpo è qualcosa da controllare e il cibo uno strumento da usare bene o male, così la persona vive in una costante valutazione di sé.
Riscrivere la salute significa restituirle complessità, umanità e… vita. Significa passare da un ideale astratto e generalizzato a un’esperienza di benessere concreta, incarnata, reale per quella persona unica.
Da dove viene l’idea di salute che abbiamo dentro?
L’idea che ci portiamo dentro di salute è una storia antica. È il risultato di un intreccio di narrazioni culturali, storiche e sociali.
Una delle storie più grandi è quella chiamata sanismo. Il sanismo considerare la salute come un valore morale, un dovere individuale, un indicatore di virtù. In questo sguardo, essere in salute non è solo una caratteristica (poco sensata in realtà ma lo vedremo dopo), bensì una dimostrazione di impegno, disciplina, responsabilità. La salute rende la persona migliore.
A questo si intreccia la cultura della dieta. Partendo dal modello di salute che il mondo impone, divide ciò che avvicina o allontana come sano/non sano, giusto/sbagliato, consentito/proibito.
Queste storie del mondo ci entrano dentro. Non ci limitiamo a conoscerle, diventano lenti da cui osservare noi e gli altri.
Quando la salute diventa un valore morale, smette di essere uno spazio di cura e diventa uno spazio di giudizio.
Il corpo viene vissuto come un progetto da migliorare. Il cibo come una scelta che dice quanto valiamo. La fame, la sazietà, il piacere… vengono filtrati in giusto/sbagliato, ad esempio mangiare oltre la sazietà diventa un errore, così come mangiare per emozioni.
E così, prendersi cura di sé non è più un gesto di ascolto e benessere, ma un atto di sorveglianza e controllo. Una gabbia che, paradossalmente, allontana dai propri bisogni.
Gli effetti sull’esperienza nel cibo e nel corpo
Questa idea di salute, piano piano, ingabbia la relazione con il cibo e il corpo.
- Spesso si perde il contatto con i segnali corporei, come fame e sazietà ma non solo. Si mangia ciò che “è giusto”, si evitano certi alimenti “perché non si dovrebbe”, anche quando il corpo e la mente chiedono altro.
- Il piacere diventa un errore, ancor più quando legato al cibo, e ogni desiderio deve essere giustificato. Ad esempio, poter mangiare una pizza solo se si è mangiato meno a pranzo, o se è l’unica della settimana. O ancora, mangiare una fetta di torta, ma non di più.
- Il corpo, anziché essere vissuto come un alleato o come una risorsa di informazioni sui nostri bisogni, diventa un problema da risolvere. Qui si intrecciano anche storie del mondo come la grassofobia e l'ideale di bellezza.
E così, piano piano, inseguire un’idea di salute esterna e rigida allontana dai propri bisogni e dal proprio benessere nel cibo e nel corpo. Insomma, paradossalmente ci allontana da ciò per cui stiamo lottando tanto, e spesso con fatica.
La salute nella cornice non prescrittiva e inclusiva
Ecco che quando nella stanza di cura non prescrittiva esploriamo l’idea di salute, per trovare la propria, ci ricordiamo sempre che:
- La salute è integrata, o non è salute. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute intreccia lo stato fisico, emotivo e sociale. Nella pratica però il mondo ci rimanda una gerarchia: la salute fisica è la più importante. Di conseguenza, fare sport o mangiare verdure sono visti come più sani del fare un aperitivo o rilassarsi davanti a un libro. Queste dimensioni non sono gerarchiche, sono parti complementari di un’unica esperienza. Anche nel cibo.
- La salute non ha valore morale. Il valore come persona non è in alcun modo legato alla salute, a quanto si coltiva o a che priorità le diamo. La salute è una scelta libera, un diritto che ogni persona sceglie e come nutrire.
- La salute è un continui riscoprire, un processo, una marea. Nello sguardo non prescrittivo, la salute non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte. È un processo dinamico, che cambia nel tempo, nelle fasi della vita, nei contesti. Una scelta può essere di benessere in un momento e non esserlo in un altro. Non perché sia giusta o sbagliata, ma perché i bisogni cambiano. Questo è fondamentale: toglie la salute dal piano della performance e la riporta nel piano della relazione con sé.
Ecco perché non esiste sano e non sano
Dire che non esistono cibi sani o non sani non significa ignorare la fisiologia o la ricerca scientifica, bensì riconoscere i limiti di una lettura assoluta.
Possiamo confrontare due cibi su singoli parametri: apporto di fibre, di energia, di grassi, di micronutrienti. Ma la salute non vive su un parametro solo.
La salute è l’effetto complessivo che una scelta ha sulla persona, nel suo insieme.
Prendiamo un esempio semplice: è più sana l'insalata o la cioccolata?
Una persona è a digiuno da molte ore, ha bisogno di energia immediata per affrontare la giornata. In quel momento, un alimento energetico come la cioccolata può sostenere il benessere più di un ‘insalata che, pur essendo ricco di micronutrienti, non risponde al bisogno di energia.
Ma se la cioccolata mi dà una reazione allergica, allora scegliere intanto l’insalata in attesa di poter attingere ad un cibo ricco in energia che mi fa stare bene, può essere la scelta più “sana”.
Oppure pensiamo alla sfera sociale. Se una scelta comporta isolamento, rinuncia costante alla socialità, aumento dell’ansia, giudizio degli altri… è davvero una scelta di salute, anche se “allineata” dal punto di vista di apporti nutrizionali?
La risposta non può essere universale. Dipende. E può trovarla solo la persona. Qui la stanza di cura diventa lo spazio in cui poterlo fare, sentendosi accolti, supportati, al sicuro.
La salute come esperienza integrata, incarnata
La cura non prescrittiva invita a spostare lo sguardo: da “è sano?” a “come mi fa stare?”.
Questa domanda tiene insieme corpo, emozioni e contesto. Non cerca risposte giuste, ma risposte vere per la persona in quel momento.
Quando una persona arriva piano piano a fare questo passaggio, spesso accade qualcosa di stupendo: il rapporto con il cibo si alleggerisce, il senso di colpa diminuisce, il corpo torna ad essere un luogo abitabile. E arriva finalmente la possibilità di capire i propri bisogni nel cibo, e di scegliere nel modo che davvero fa stare meglio.
Quindi, restituiamo spazio alla complessità
Riscrivere l’idea di salute nella cura non prescrittiva non significa rinunciare alla cura. Significa smettere di ridurla.
La salute non ha bisogno di essere controllata attraverso regole rigide. Ha bisogno di essere sostenuta attraverso ascolto, contesto e rispetto dei bisogni nel qui e ora. In questo spazio, la cura torna ad essere ciò che è sempre stata: una relazione unica e incarnata per ogni persona, non un modello esterno da rincorrere.
Riscrivere le storie che ci portiamo dentro su cibo, corpo, salute è un viaggio profondo fatto di tanti piccoli passi, Per questo, per continuare a riscrivere l’idea di salute che ti porti dentro, ti lascio tre puntate dal podcast “Un tea insieme” proprio dedicate a questo: