Decostruire i nostri filtri come professioniste

Giudichiamo sempre nello spazio di cura, ma ci rendiamo davvero conto di quanto questo accada?

Se c’è una cosa che spesso dimentichiamo nel nostro lavoro, è che siamo esseri umani prima che professionistə, con tutte le nostre storie, convinzioni e pregiudizi. Questo non è una colpa, ma piuttosto un potere e una responsabilità. Quando siamo a contatto con gli altrə, in particolare in un contesto di cura, dobbiamo essere consapevolə che ogni nostra percezione, anche la più sottile, porta con sé una storia, un’esperienza e un filtro personale.

E questi filtri, che sono inevitabili, possono influenzare profondamente la relazione di cura.


Filtri legati ai bias sociali e culturali

I bias culturali sono filtri invisibili ma potenti che influenzano il nostro modo di percepire l’altrə. Ci sono concetti e stereotipi che ci vengono trasmessi, spesso senza che ne siamo consapevolə.

Un esempio è la tendenza a giudicare la salute o l'allenamento di una persona in base al suo peso. È un bias grassofobico pensare che una persona magra sia automaticamente in salute o che una persona grassa non stia facendo abbastanza per prendersi cura di sé.

Un altro esempio riguarda l'arredamento dello studio. Se non prendiamo in considerazione la portata delle sedie o lo spazio a disposizione, rischiamo di escludere inconsapevolmente alcune persone. Questo giudizio si inserisce in un contesto culturale che ha determinate aspettative su come le cose dovrebbero essere. In ogni spazio di cura, dobbiamo fare attenzione a non dare per scontato che tuttə si adattino allo stesso modello, dato che questo modello non è inclusivo.


Filtri legati al proprio vissuto

Oltre ai bias sociali e culturali, ci sono anche i filtri che nascono dal nostro vissuto. Ognunə di noi ha delle esperienze uniche, che influenzano il modo in cui percepiamo gli altrə. Questi filtri sono legittimi, ma possono distorcere la realtà dell'Altro se non ne siamo consapevolə.

Per esempio, se siamo cresciutə in un ambiente dove l'aspetto fisico e l'immagine esteriore venivano costantemente enfatizzati, potremmo trovarci a rassicurare una persona dicendo che è bella. È un modo per esternare la nostra necessità di rassicurazione, ma non sempre corrisponde a ciò di cui l’altra persona ha bisogno in quel momento. Anzi, rafforza l'idea di valore = bellezza.

Un altro esempio riguarda il cibo. Se abbiamo vissuto in un contesto dove mangiare in modo molto rigido era la norma, potremmo avere la tendenza a rassicurare qualcunə dicendo: “Non ti preoccupare, una volta ogni tanto non fa male.” Anche se questa frase è ben intenzionata, può riflettere una visione limitata del cibo. Non possiamo ridurre il comportamento alimentare a una questione di occasionalità, rinforzando così il senso di giusto e sbagliato: va bene, ma solo raramente...


Decostruire i filtri per aprire lo sguardo

La realtà è che non possiamo non avere filtri.

Essere esseri umani implica avere esperienze e convinzioni che influenzano ogni nostra interazione. Ma la chiave sta nel riconoscerli, nell’essere consapevolə di quali lenti indossiamo quando interagiamo con gli altrə. Solo così possiamo decostruire, toglierci quelle lenti e agire in modo più aperto, più empatico e, soprattutto, più rispettoso.

La cura non è solo tecnica: è relazione, è ascolto. Non possiamo fare finta che i filtri non ci siano, ma possiamo fare un passo in più per non farli diventare ostacoli alla comprensione e al supporto dell'altro. Non aspettare di sentire che c’è un problema per riconoscere i tuoi pregiudizi. I filtri che portiamo con noi appaiono naturali e normali, ma sono proprio quelli che, se non decostruiti, possono interferire con il nostro lavoro di cura.


La differenza che possiamo fare, delle risorse per te

Ogni giorno, siamo chiamatə a fare la differenza per noi e per gli altrə. Non si tratta di eliminare i pregiudizi, ma di riconoscerli, di essere prontə a guardarci dentro e a scegliere di non lasciare che ci guidino invisibili. In ogni incontro, in ogni relazione, possiamo scegliere di vedere oltre il nostro punto di vista e di comprendere meglio l’esperienza altrui.

Questo processo richiede tempo, consapevolezza e apertura. Riconoscere i filtri che ci appartengono è il primo passo per fare un cambiamento concreto, per creare uno spazio di cura più inclusivo, empatico e attento.

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Sono Giada Fierabracci, dietista non prescrittiva con due anime: una da scienziata e una più umanistica. Nel lavoro queste due metà si intrecciano per ricostruire insieme il rapporto con il cibo e il corpo, libero dalle pressioni del mondo. Da qualche anno lavoro come libera professionista, per lo più online, con al fianco la mia assistente a quattro zampe Ellie

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