Cura intersezionale: quando cibo, corpo ed essere donna si intrecciano

Nella stanza di cura si entra tuttə interə e ci si porta dietro ogni nostra storia, nel cibo e nel corpo, ma non solo.

E, molto più spesso di quanto immaginiamo, queste storie sono legate tra di loro: essere donna porta a modelli e pressioni che cambiano come ci guardiamo allo specchio, ed infine rendono il cibo un modo per dimagrire e controllare la propria forma.

Ecco perché è importante andare in profondità, senza fermarsi al cibo e al corpo, ma prendendo consapevolezza delle altre storie che si intrecciano ad essi. Come l’essere donna o l’ideale di bellezza.


Il corpo è spazio politico, lo racconta l’ideale di bellezza

Nel saggio Il mito della bellezza, Naomi Wolf racconta l’ideale di bellezza più o meno così. 

“La qualità chiamata bellezza esiste oggettivamente e universalmente. Le donne devono volerla incarnare, e gli uomini devono voler possedere le donne che la incarnano.”

L'ideale di bellezza non è mai stato solo estetico, è sempre stato politico nel senso più profondo del termine.

Basta fare un passo indietro nella storia per poterlo vedere. 

In certi periodi storici della cultura giapponese, i piedi delle donne venivano fasciati per renderle più "esili" e fragili, come un salice piangente. Così era l’ideale di bellezza di quel tempo. La deformazione fisica che ne risultava, però, comprometteva per sempre la loro capacità di camminare e quindi di correre, scappare, difendersi, essere libere. L'ideale di bellezza era, letteralmente, uno strumento di limitazione.

Non è molto diverso da quello che succede oggi, anche se in forme più sottili e invisibili.

C'è stato un crescendo fortissimo di ideali di bellezza, magrezza e pressioni sull’estetica nel dopoguerra, proprio nel momento in cui le donne cominciavano a rivendicare spazio nella vita politica e sociale. Non è un caso: dirottare l'attenzione, il tempo, i soldi e le energie verso il raggiungimento di un corpo "bello" significa ridurre lo spazio per tutto il resto.

E oggi? 

Oggi il linguaggio è cambiato: non si dice più "sei sbagliata così", ma si dice "fallo per te, per sentirti al meglio, per la tua autostima". Ma il messaggio di fondo è sempre lo stesso: c'è un ideale da raggiungere e finché non lo raggiungi non sei abbastanza. Solo che adesso è vestito da empowerment, rendendolo ancora più invisibile, trovando meno resistenze, e così passando più in profondità.


Il male gaze, quello sguardo esterno che diventa nostro

Possiamo quindi mettere già un seme, che sembra lontano dalla stanza di cura ma non lo è: il corpo è il primo luogo politico

È il primo spazio su cui può essere esercitato il controllo, anche nelle sue forme più piccole e quotidiane come il giudizio, la vergogna, l'inaccessibilità.

E, come scrive Susan Bordo in Unbearable Weight, il corpo delle donne è sempre stato un testo su cui la società scrive le proprie paure e i propri desideri. 

Ti è mai capitato di guardare un film e trovare davvero irrealistiche le protagoniste femminili? Chi mai andrebbe a letto truccata? Chi si depilerebbe sulla pelle già liscia? E così, molti altri esempi. Laura Mulvey, in Visual Pleasure and Narrative Cinema, descrive come lo sguardo cinematografico sia essenzialmente maschile, e come le donne imparano a vedersi attraverso quegli occhi.

Questo sguardo, questo essere osservate e valutate dall’esterno per il nostro corpo o comportamento, nell’ambito femminista viene chiamato male gaze.


E poi entra nella stanza di cura, nel rapporto con il cibo e il corpo

Perché ne parliamo qui, in una stanza di cura?

Perché quello sguardo, nel tempo, impariamo a farlo nostro. Diventiamo noi stesse a guardarci dall’esterno, valutarci, giudicarci, chiederci "Cosa vedranno? Sarò abbastanza?”

Carolina Capria in Campo di battaglia lo descrive così:

“Ho cominciato a sentirmi ospite all’interno del mio corpo, che non era mio davvero, altrimenti avrei potuto farne quello che volevo senza essere giudicata. Io ero semplicemente la persona che se ne doveva occupare. Come una guardiana, una custode, una governante.”

Quei pensieri sul volere un corpo più magro, un'alimentazione più leggera, o il mangiare in modo più lento e controllato, iniziano ad avere la voce della persona stessa. Diventano i nostri desideri, i nostri obiettivi. Iniziando così - appunto - a diventare guardiane di noi stesse.

La bussola inconsapevole inizia ad essere quella di avvicinarsi ai modelli del mondo femminili, nel cibo, nel corpo, nella cura, allontanandoci piano piano dai nostri bisogni come fame e piacere, e da ciò che ci fa sentire bene.


Abbiamo bisogno di una cura intersezionale

Tutto questo diventa ancora più intrecciato quando ci ricordiamo che non abitiamo un'unica storia

Ogni persona è un intreccio di caratteristiche - genere, etnia, forma del corpo, funzionamento, classe sociale… - e ogni caratteristica porta con sé storie diverse, livelli diversi di privilegio e di discriminazione.

La grassofobia, per esempio, è la storia che riguarda la forma del corpo e che considera ogni corpo grasso qualcosa da cambiare e correggere. 

Passa invisibile per piccoli gesti quotidiani, come "Dovresti iniziare una dieta, lo dico per il tuo bene" , non trovare la propria taglia nei negozi di vestiti, non vedere attori e attrici grassə. La cultura della dieta dice che finché hai un corpo grasso non puoi essere in salute, che di sicuro mangi troppo o male, e quindi devi cambiare.

La persona che cresce in questo mondo, lo interiorizza. Arriva nella stanza di cura convinta che il problema sia lei: la sua mancanza di forza di volontà, la sua incapacità di controllarsi, il suo "sgarrare". 

Non riconosce che sta vivendo una micro-violenza ogni volta che qualcuno commenta il suo piatto, o il suo corpo. Non riconosce che quella vergogna non è sua: è il risultato di un mondo grassofobico che le ha insegnato che essere grassə è sbagliato.

Per questo abbiamo bisogno di spazio di cura intersezionale.


La cura intersezionale nella nutrizione nasce da qui

La cura intersezionale riconosce come ogni persona non sia "una sola cosa", ma un intreccio di storie - genere, etnia, forma del corpo, orientamento sessuale, classe sociale, funzionamento, e altro ancora - e che queste storie si influenzano a vicenda, creando esperienze di privilegio o di discriminazione diverse per ciascuna.

Il termine "intersezionalità" nasce proprio negli anni '80 per descrivere come le donne nere vivessero discriminazioni che non erano spiegabili né solo con il razzismo né solo con il sessismo, ma dall'intreccio - l’intersezione appunto- delle due storie.

Nella nutrizione, portare una cura intersezionale è fondamentale.

Prima di tutto, il benessere non è mai solo individuale. Se una persona fatica nel rapporto con il cibo o con il proprio corpo, non è solo una questione di abitudini o di motivazione. Il mondo in cui quella persona è cresciuta - con i suoi ideali di bellezza, la cultura della dieta, la grassofobia, il razzismo, il sanismo - ha costruito la sua esperienza di sé in modo profondo.

Poi, non basta rendere la cura "più gentile". Una cura intersezionale guarda fuori dalla stanza, riconosce quali storie sociali entrano con la persona, e non le tratta come problemi individuali da risolvere ma come contesti da comprendere.

Quel obiettivo terapeutico è davvero di benessere per la persona, nasce davvero da lei in modo libero? Oppure è un avvicinarsi a un modello esterno di “bello, giusto, sano”?


Il rapporto con il cibo e il corpo come spazio di libertà, di ri-scoperta

Ecco che, un passo alla volta, ritrovare libertà e ascolto nel rapporto con il cibo e il corpo è un atto di rivoluzione, di libertà personale e del mondo. Uno spazio di cura intersezionale è un luogo sicuro in cui poterlo fare, insieme.

Su questo non mi dilungo, perché le parole di Naomi Wolf ne Il mito della bellezza lo raccontano meglio di me:

“Vincerà la donna che consentirà a se stessa e alle altre di mangiare, di essere sessuale, di invecchiare, di indossare una tuta da lavoro o una tiara di strass… di coprirsi o di andare in giro praticamente nuda. Vinceremo quando saremo convinte che è affar nostro quello che facciamo col nostro corpo. Quando le istituzioni, certe donne e certi uomini continueranno a cercare di usare il nostro aspetto contro di noi, ma noi non abboccheremo”.


La responsabilità di noi professionistə della cura

Portare una cura intersezionale, per chi è professionista, è molto importante.

Se non conosciamo queste storie, le alimentiamo inconsapevolmente. Se non abbiamo esplorato la grassofobia, la cultura della dieta, il sanismo, il sessismo…, se non abbiamo decostruito su di noi, continueremo a proiettare i nostri stereotipi interiorizzati nello spazio di cura, inconsapevoli.

Ad esempio:

  • Vedremo il dimagrimento come qualcosa di positivo per la salute, attraverso le lenti della grassofobia
  • Considereremo come “standard” colazione, pranzo e cena, attraverso le lenti del colonialismo che considera le abitudini occidentali quelle “assolute”
  • Ci scuseremo se quel giorno abbiamo più occhiaie o non ci siamo truccate, attraverso le lenti dell’ideale di bellezza e del sessismo

E poi c'è la parte più personale. 

Anche noi siamo persone cresciute con queste storie. Anche noi abbiamo interiorizzato questo sguardo, anche noi a volte ci guardiamo dall'esterno mentre mangiamo, mentre ci vestiamo, mentre siamo in visita. Se non ne siamo consapevoli, le nostre ferite rischiano di riempire la stanza e guidare i percorsi.


Per radicare tutto questo, ti lascio con una riflessione su cui soffermarti, se ti va.

Se dovessi fare un collage della tua salute, cosa conterrebbe? Ad esempio, coccolare il cane, leggere un libro, cucinare oppure poter non cucinare… Quanto di quello che chiami "salute" è tuo, e quanto è un’idea fatta tua dal mondo?

E come professionista: c'è qualche storia che ancora non hai esplorato abbastanza, e che forse entra con te nella stanza di cura senza che tu te ne accorga?

La self-compassion ci ricorda che la sofferenza nasce dal paragonare la nostra realtà ai nostri ideali. Ma quegli ideali non sono nostri. Ci sono stati dati. E riconoscerlo è il primo atto di cura..

Giada Fierabracci - Dietista non prescrittiva

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Sono Giada Fierabracci, dietista non prescrittiva con due anime: una da scienziata e una più umanistica. Nel lavoro queste due metà si intrecciano per ricostruire insieme il rapporto con il cibo e il corpo, libero dalle pressioni del mondo. Da qualche anno lavoro come libera professionista, per lo più online, con al fianco la mia assistente a quattro zampe Ellie

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