“Un percorso senza dieta, come è nella pratica?”

intuitive eating

Oggi partiamo dalla domanda di Giulia che chiede “Come è un percorso senza dieta nella pratica?”.

Ho pensato di rispondere a questa domanda perché regolarmente torna e secondo me è una domanda naturale. Siamo abituati a immaginare di prenderci cura del nostro rapporto con il cibo attraverso diete, prescrizioni nutrizionali, tabelle, linee guida eccetera. Quindi se non si è mai provato prima, è molto difficile immaginare come poterlo fare senza questo tipo di aiuto.

Ti anticipo che cercherò di essere quanto più concreta, semplice, chiara possibile. Per fare questo potrei perdere qualche pezzetto perché è come se tu andassi da psicoterapeuta a chiedere come fare psicoterapia. Nella pratica ci sono così tante variabili: dipende dalla realtà della persona, dal modo di essere, dallo scopo e dagli obiettivi… che è impossibile rispondere in maniera completa. Però possiamo vedere insieme quelli che sono i punti comuni, che tornano (quasi) sempre nello spazio di cura insieme.

Faccio una piccola parentesi.

Un approccio senza dieta in termini più professionali verrebbe definito un approccio non prescrittivo e non focalizzato sul peso.

Cosa vuol dire non prescrittivo? Vuol dire che non c’è una prescrizione del professionista. Il professionista non dice mai “la cosa giusta è questa”, ma si muove attraverso strumenti, linguaggi e modalità che hanno lo scopo di dare tutte le capacità alla persona di decidere in maniera autonoma. Riguardo al non focalizzato sul peso vuol dire che lo scopo, l’obiettivo che guida il lavoro insieme, non è un obiettivo di peso, nel percorso di cura non c’è uno scopo di dimagrimento, di controllo e modifica del peso.

Il perché che sta dietro all’utilizzo di questo tipo di approcci, e che potrebbe risuonare anche in te, è quello di rendere le persone libere nel proprio rapporto con il cibo. Non so se ti è mai capitato di avere la percezione di doverti appoggiare a qualcosa di esterno: non so se questa è la scelta giusta, dovrei chiedere mio alla mia dietista. Questo è del tutto naturale, però è proprio quello su cui vogliamo andare a lavorare per rendere le persone libera nel proprio rapporto col cibo: riportare la persona ad essere la maggiore esperta di sé e quindi libera, autonoma nelle proprie scelte.

Come si fa? Molto spesso ci sono dei punti nel lavoro insieme che ritornano.

Il primo è quello detto di decostruzione. Tutto quel lavoro che riguarda i pensieri, i timori, le convinzioni, le credenze che abbiamo fatto nostre nel tempo sul cibo, sulla salute, sul peso, sul corpo… e che condizionano le nostre scelte. Abbiamo visto che da un punto di vista psicologico i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri gesti sono legati in un circolo.

Quindi andare a lavorare sui pensieri e le emozioni significa che li guardo uno per uno, capisco quali hanno una validità, quali no, come si intrecciano a me, come mi condizionano… per poi rimetterli insieme in un modo che è per me di benessere. Quindi si lavora su tutta quella parte di vocine e di giudice interiore che abbiamo assorbito e fatto nostro nel tempo.

Un secondo pilastro è il ri-ascolto dei segnali del corpo.

Abbiamo accennato come molto spesso questo ascolto si perda perché ci appoggiamo a fattori esterni e questo è abbastanza intuitivo: se io per esempio devo seguire un piano, poco importerà se ho ancora fame alla fine del pasto perché cercherò di sopportarla per adeguarmi alle quantità del piano.

Lavorare sui segnali del corpo, per ritrovarne l’ascolto, prevede una parte di conoscenza. Capire come funziona la fame, come funziona la sazietà, come funziona il nostro corpo. Anche qui, all’interno ci può essere una parte di decostruzione se io associo una serie di timori o di falsi miti alla fame o alla sazietà. E poi prevede una parte pratica di esercizi, di strumenti, di pratiche che mi aiutino a piano piano riacquisire l’ascolto di questi segnali nella quotidianità. Questi segnali, appunto, sono la fame e la sazietà come quelli principali ma non sono solo: il livello di energie, il benessere gastrointestinale, la qualità del sonno, il piacere….

Un terzo pilastro è il lavoro sulla parte della mente.

Può essere una mente più pratica, su tutti gli aspetti che fanno sì che possa intrecciare le mie scelte nel cibo con la mia vita quotidiana. Ad esempio, se ho poco tempo, se devo mangiare a lavoro, se ho dei ritmi lavorativi intensi. E poi troviamo una parte di mente più nutrizionale, andando a lavorare sulla parte di educazione nutrizionale: quali sono le proprietà dei vari alimenti al di là di sano, non sano, giusto o sbagliato per capire come possono supportarmi?

Un quarto pilastro del lavoro insieme è quello delle emozioni, perché il cibo è uno degli strumenti che ci aiuta a navigare le emozioni.

Può favorire il rilascio di ormoni del piacere che ci aiutano a dormire meglio o ad essere di buon umore. Insieme reintegriamo questo legame tra emozioni e cibo, in modo che sia di benessere. Se una persona utilizza il cibo quasi esclusivamente come strumento per le proprie emozioni, proviamo a far sì che sia uno dei tanti strumenti, e non l’esclusivo.

Questi sono i quattro pilastri del lavoro insieme, intrecciati in modo unico per ogni persona.

Per fare questo lavoro, possono essere usati strumenti diversi che hanno il filo comune di essere non prescrittivi e non focalizzati sul peso. Dipende dalle formazioni e dalle modalità di lavoro della singola professionista. Nel mio caso, ad esempio, utilizziamo la dietetica, l’intuitive eating, la mindfulness, la mindful eating, la psicoeducazione, l’educazione nutrizionale neutra… quindi tutti quegli strumenti che sono parte del mio bagaglio di formazione.

Possiamo farlo anche andando a lavorare in squadra con altri professionisti, ad esempio in squadra con delle figure psicologiche o con figure specializzate in altri campi come il campo ginecologico e endocrinologico se ci sono patologie.

Infine come avviene tutto questo nelle visite?

Se siamo in un percorso personale insieme, generalmente dedichiamo un primo o un paio di primi incontri alla parte di conoscenza reciproca, sia per capire quali sono i bisogni che ti portano qui sia per capire cosa si muove nel cibo. Quanto spesso vengono ascoltati i segnali del corpo? Quali sono i timori più grandi che si legano a cibo e corpo? Ci sono delle situazioni di patologia? Inoltre i primi incontri sono fondamentali per andare a formare quella che viene chiamata alleanza terapeutica, cioè andare a formare quel legame umano di fiducia e di rispetto reciproco imprescindibile per uno spazio di cura efficace.

Una volta capita la direzione in cui vogliamo muoverci, andremo in ogni incontro insieme a lavorare sui singoli tasselli e di volta in volta faremo un passo. Alcuni incontri potranno essere più educativi, altri più esplorativi o pratici.

Fino a quando poi arriviamo al nostro ultimo incontro.

Generalmente gli incontri sono più frequenti inizialmente, poi c’è una fase in cui incontri si diradano perché la persona si possa muovere in autonomia e sperimentare quell’essere esperta di se stessa. Sapendo che però ogni tanto c’è un punto di riferimento, uno spazio sicuro insieme.

Oggi mi fermo qui perché abbiamo parlato tantissimo. Spero però di averti dato un’idea generale di come può essere lavorare nella pratica con questo tipo di sguardo, in questo tipo di percorso. Magari ci prenderemo poi un altro momento per indagare meglio il perché che ci sono dietro, anche a livello scientifico, e gli effetti che sono stati mostrati nel controllo del cibo, del peso, delle diete eccetera.

Se ti nascessero domande e curiosità, puoi scrivermi per email. Sarò felice di parlarne insieme.

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